Prossimamente, in tutti i cinemi

21 Febbraio 2009 - Leave a Response

Il bestemmiatore

La strana storia di come persi i sensi

19 Febbraio 2009 - 2 Responses

[versione PDF, che è più bella]

Viste le insistenti richieste e affermazioni in tal senso, ho finalmente deciso di raccontare la strana storia di come persi i sensi.

In quel tempo, Gesù era con i suoi discepoli… oh scusate, questa è la storia di come conobbi il mio amico Gesù. Ritorniamo a noi, cioè a me.

L’età dell’oro

In quel tempo, un tempo di miti ed eroi, di sacrifizi e di grandi imprese, di baccanali e orge rituali, di amore interspecie tra dèi e uomini e tra dèi e animali (tipo giumente o vacche sacre), in quel tempo, dicevo, ero un giovinetto che scorrazzava ridente e spensierato nei giardini degli dèi olimpî, a est della Valhöll, subito dopo il Purgatorio, la prima a destra accanto alla sputacchiera di Óðinn. Ero rinomato tra gli immortali per la mia fanciullesca bellezza e non pochi tra quei luridi maiali pedofili mi avrebbero volentieri introdotto alle arcane pratiche dell’amore omofilo[1]. Avevo una chioma di riccioli neri come ossidiana, pelle rosea e liscia come seta, occhi grandi e scuri come il fondo del gabinetto di Þórr. Insomma, proprio un bel figliolo, si può dire, di un’età indefinita tra i 10 e i 14 anni, suppergiù.

Ero anche ritenuto il più furbo, scaltro, arguto e intelligente tra i figli degli dèi. Papà Zeus, infatti, mi aveva avuto da una relazione con una donna (mia madre, appunto) che aveva una lunga e morbida coda di pelo rosso, generata a sua volta in una notte d’amore tra Ermes e una volpe che passava di là[2]. Insomma, non è che fossi nato sensa sensi, anzi. Ne avevo così tanti che mi ritrovavo a risolvere equazioni di Eulero-Lagrange applicate alla teoria dei campi mentre mi lavavo i denti o di nascosto scagliavo i fulmini di papà contro innocenti pastori.

Della pesca miracolosa e della tragedia che ne derivò

Una mattina di un giorno di festa (una mattina qualunque, cioè) mi recai al fiume Urino[3] di buon’ora per pescare in tutta tranquillità. Era appena finito un duro inverno di piogge e tormente, e il primo raggio di sole mi aveva convinto ad uscire per godere dell’arrivo della primavera. Mi sedetti sulla riva, appoggiai la schiena al mio salice preferito, facendo attenzione a non svegliarlo, e lanciai l’amo nel fiume. Bestemmiai (appena un po’) il nome di mio padre quando mi accorsi che non avevo attaccato l’amo alla lenza. Per fortuna, conoscendomi, ci avevo la scorta.

A questo punto avrete sicuramente incominciato a dubitare che io avessi tutti i sensi di cui mi sono vantato poc’anzi. E io, infatti, vi ho raccontato questo piccolo incidente col proposito di farvi insospettire (segno che ancora adesso sono scaltro come una faina, in memoria dei vecchi tempi). La ragione per cui feci quel gesto stupido è semplice: poi ché volevo godermi quella bella giornata di pesca senza inutili dissertazioni sulla Teoria dei Giochi, avevo accuratamente riposto tutti i sensi non strettamente necessari nella borsa che portavo sempre con me, appesa alla cintura di pitone[4].

Insomma, pascevo beato, cappello di paglia calato sugli occhi, canna (da pesca) in mano, novello Sampei semidivino. Il mio bottino, dopo qualche ora, era già consistente: trote, salmoni, cefali, bufali anfibi, storioni, due balene che si erano perse, pesci gatto, pesci cane, pesci porco, cinghiali d’acqua dolce e altro ancora, tutti grigliati ancora vivi e sgranocchiati tra un pisolino e l’altro. Se non che quella mattina, il fiume, a causa delle forti piogge delle settimane precedenti, scorreva impetuoso dalla sua sorgente sul monte Olimpo giù verso le dimore degli uomini mortali, portando con sé tutti gli esemplari vegetali e animali che avevano la sfortuna di incrociare il suo corso[5]. Fato volle che un tronco di pino trascinato dalla corrente agganciasse il mio amo. Mai tragedia fu più tragica: avendo riposto gran parte dei sensi nel borsello, non mi venne neanche in mente di lasciare amo, lenza e canna al proprio infame destino ma, invece, cercai di oppormi con tutte le forze e di recuperare perlomeno lenza e canna. Anche perché la canna, che mi era costata un occhio della testa di mio cugino più un braccio di mio zio, era stata ricavata da un ramo del frassino Yggdrasill, mentre la lenza veniva direttamente dai rocchetti di cotone rinforzato al plutonio rigido con cui erano tessute le mutande di Eolo[6], il che la rendeva praticamente indistruttibile. Fui trascinato per metri e metri sui ciottoli lungo la riva del fiume, prima di finire direttamente in acqua ed essere travolto dall’impeto delle acque e sbattuto con violenza contro gli scogli e le rocce sporgenti, che deturparono il mio volto e mutilarono il mio corpo in maniera irreparabile[7].

Ma il peggio doveva ancora venire, perché fu in quel frangente, cioè mentre mi (in)frangevo sulle rocce, che persi il mio borsello di scroto di bove[8]. Eh sì, il mio borsello era in realtà uno scroto di bue svuotato del suo contenuto testicolare, conciato e rinnovato a uso contenitore. Tutto ciò merita un breve excursus.

La conquista della maturità

In quel tempo, un ragazzo poteva diventare adulto solo dopo aver affrontato con successo un duro rituale di iniziazione: il “Taglio delle Palle del Toro con un Paio di Forbici da Pota, un Pizzico di Astuzia e una Grande Botta di Culo[9]”.

In sostanza, si trattava di dimostrare il proprio coraggio tendendo un agguato ad un povero toro in calore (così soffriva di più), cercando quindi, con un taglio netto e deciso, di recidere lo scroto del futuro bue, raccogliere il trofeo bisferico prima ancora che il novello bove avesse il tempo di rendersi conto dell’accaduto e fuggire a gambe levate senza mai voltarsi indietro, finché la povera bestia non fosse stramazzata al suolo per la fatica e/o per la disperazione.

A quel punto (perché non finiva mica qui eh) bisognava riavvicinarsi all’animale colpito nella sua intimità, cauterizzare la ferita con un ferro rovente e scappare ancora, questa volta correndo all’indietro mentre si sventolava con fare beffardo il simbolo della propria vittoria e dell’altrui vergogna dinanzi al muso dell’animale, ormai bue convinto.

Della perdita dei sensi e della civilizzazione della razza umana
Ritornando a noi, cioè a me: il Fato, ancora lui, volle che nell’ennesimo scontro frontale con una roccia, mentre precipitavo da una cascata, la cintura di pitone si sganciasse e il borsello di scroto di bue, in cui avevo riposto tutti i miei sensi, scivolasse via da me. Ora, sebbene la sventura fosse grande, c’era ancora una non fievole speranza di recuperarlo con i miei sensi ancora al sicuro, poiché quella sacca aveva una particolare proprietà: una volta sigillata si sarebbe aperta solo nelle mani di chi aveva avuto il coraggio di separarla dal suo proprietario primigenio, ovvero il toro diventato sopranista. Dunque, a costo di avventurarmi in una difficile impresa, paragonabile soltanto alla cerca del vello d’oro, avrei potuto forse ritrovare i miei sensi e ritornare il fanciullo che ero, solo appena appena deturpato nell’aspetto.

La corrente mi trascinò fino a valle, dove il fiume scorreva finalmente placido, e mi depositò sanguinante sulla riva erbosa. Ancora sconvolto per l’accaduto e per il dolore lancinante, riuscî appena ad alzarmi sui gomiti per controllare se, per caso, passasse di là la mia borsa di scroto di toro. Eccola! Era lei, che navigava lentamente e oltrepassava il punto dove ero accasciato. Dovevo alzarmi, correre, seguirla e cercare di bloccarla in qualche modo! Invece vidi quello che avevo pregato non accadesse: una mandria di vacche attraversava il fiume al guado, più avanti, e nel farlo si fermava ad abbeverarsi nelle dolci acque dell’Urino. Non vi ho detto che esiste un unico modo per rompere il sigillo sacro dello scroto di bove, ed è la lingua di vacca. Ancora lui, il Fato avverso, portò il mio borsello proprio sotto il muso di una pasciuta giovenca che, nel bere, slinguazzò lo scroto un paio di volte. Tanto bastò che il sigillo si rompesse e il prezioso contenuto si disperdesse nelle acque del fiume.

E fu così che persi gran parte dei miei sensi, mentre gli uomini mortali, allora solo scimmie senza peli e senza cervello, bevendo dell’acqua in cui si erano disciolti sagacia, astuzia, intelligenza e sapienza divine, furono in grado di elevare la loro condizione fino a costruire le mille e mille civiltà della storia intiera.

[1] Per fortuna Inanna distribuiva sguardi minacciosi a chi mostrava troppo interesse e continuava a ripetermi «Tu sei nostro», sebbene non abbia mai capito cosa intendessero, lei e le sue compagne del Circolo del Sacro Burraco: Ištar, Afrodite e Freyja.

[2] Glielo si dice sempre a Ermes, «Te l’idromele non lo reggi, la devi smettere di andare alle feste Erasmus con Bacco, quello scoppiato ubriacone». Niente, non vuol capire, dopo l’ultimo festino che io mi ricordi lo trovammo con l’addome sanguinante che pareva l’avessero accoltellato e invece aveva passato la notte a scoparsi un istrice. Povera bestia. L’istrice, intendo.

[3] Il fiume più bello e con l’acqua più limpida di tutto il regno divino. Che fa anche rima.

[4] Non una cintura di pelle di serpente, proprio fatta col pitone intero e integro: si agganciava appuntando la bocca del serpente, a mo’ di fibbia, alla coda. La moda del tempo era strana, lo so.

[5] Il che spiega anche la presenza di strane bestie nel mio pescato.

[6] Eolo, re dei venti e noto scorregione, era solito strappare le mutande con un solo soffio, il che aveva indotto sua moglie a ricorrere a materiali innovativi e costosi per tessere i suoi di lui indumenti intimi.

[7] Motivo per cui ora mi conoscete con questa faccia orrenda.

[8] In realtà sarebbe uno scroto di toro, però, una volta che la sacca del bovino in questione diventa di mia proprietà, è più esatto parlare di bue e/o bove.

[9] La formula originale continuava con “…a rischio della propria incolumità e dei propri testicoli”. In seguito quest’ultima parte fu eliminata perché scoraggiava chi si accingeva ad affrontare il rituale.

La Divina Arte della Bestemmia e della Maledizione (parte I)

6 Febbraio 2009 - Leave a Response

Come dice saggiamente il mio Collega e Maestro, Sua Maleficità Papa Giovanni Decellius III, la Divina Arte della Bestemmia† e della Maledizione† è, in molti sensi, elitaria. Non tutti possono permettersi di Bestemmiare con grazia e arguzia. La bestemmia (con la ‘b’ minuscola) per il gusto della bestemmia è volgare e raccapricciante, e avvicina l’essere umano alle bestie che strisciano sulla terra e sotto la terra. Al contrario, la Bestemmia (quella con la ‘B’ maiuscola) è indice di intelligenza, sagacia, tetro umorismo e simpatico ottimismo, fantasia, creatività, candore, meraviglia per quello che la vita ci offre giorno per giorno.

3,4

Rebus: 3,4

In attesa di avere il tempo per trattare l’argomento in maniera estesa e dettagliata (purtroppo sembra che Bestemmiare non basti più per condurre una vita serena, ma che ci vogliano anche Studio e Lavoro, che mondo!), vogliate accontentarvi di piccoli spunti di riflessione.

Due tipi di Bestemmia che al sottoscritto piace praticare con costanza e dedizione sono
- la Bestemmia surrealista
- la Bestemmia epico/biblica

Un esempio di Bestemmia surrealista è quello che vi propongo da qualche giorno, prendendo spunto dal Calendario Gregoriano Dei Santi e delle Bestemmie:
«Dio antipatico!».

Invece, un esempio di Bestemmia (Maledizione, sarebbe meglio dire, ma di questa distinzione parleremo più avanti) dal sapore epico/biblico potrebbe essere:
«Il Signore Degli Eserciti, nella Sua Infinita Misericordia e nel Suo Tremendo Terrore, ti colga con le Sette Piaghe che già rovinarono il popolo d’Egitto, Sette Volte Sette e altrettante ogni Sette Anni della Tua Miserabile Esistenza».

Salute a tutti, che i vostri giorni possano essere pieni di Invocazioni agli Dèi e Imponenti Sacrifici di Sangue. Alla prossima puntata.

[rebus rubato a man bassa da qui]

Lentezza

15 Novembre 2008 - Leave a Response

Ci sono giorni in cui ti richiudi talmente in te stesso da acquisire una consapevolezza amplificata della tua mente, del tuo corpo, del corso dei tuoi pensieri, dello scorrere delle tue emozioni. E se vai abbastanza in fondo, questa consapevolezza esplode e scopri che puoi vedere anche il mondo che ti circonda con i tuoi nuovi occhi.

Oggi è un giorno di quelli.

I battiti del cuore mi rimbombano nelle orecchie, posso sentire i polmoni che si dilatano ad ogni respiro, posso vederne la fibra spugnosa che si gonfia, arrivare fin nel più piccolo alveolo. Prendo l’ombrello e riesco a sentire l’impulso elettrico che viaggia dal cervello fino alle dita, ordinando loro di piegarsi. Vedo un fascio luminoso che viaggia lentamente attraverso il sistema nervoso. Così tanto tempo è contenuto in una frazione di secondo. Mi incammino verso casa. Sento la gente litigare nelle case, una mosca che esce dalla finestra con un rumore di elicottero. Ogni passo dura un’eternità. Una foglia si stacca da un albero, ultima delle sue sorelle ad arrendersi all’autunno. Fa un rumore secco, come di ossa spezzate, vorrei tapparmi le orecchie per non sentirlo e mi aspetto da un momento all’altro un urlo di dolore dell’albero mutilato. La foglia comincia a cadere, lentissima. Tutto intorno a me sembra aver rallentato il proprio corso. Passano i minuti, le ore, i giorni e la foglia continua a galleggiare nell’aria. Rimango a guardare. Continuo a invecchiare: un uomo di mezza età, un anziano dalla barba bianca, un vecchio rugoso e malfermo. Muoio. Rinasco. Muoio e rinasco. Muoio e rinasco, cento, mille volte. Vivo, odio, amo, ogni volta con la consapevolezza delle innumerevoli vite passate. Continuo a fare gli stessi errori, quelli di sempre, come se non conoscessi così bene le conseguenze. Dio, quante volte ho sofferto per quegli errori. Perché ancora? Siamo condannati a ripetere all’infinito lo schema che qualcuno ha scritto per noi? Vorrei ribellarmi ma non posso. Vorrei morire, per tutti gli dei, morire e diventare polvere. E quella dannata foglia! Ormai manca poco e poi raggiungerà il suolo. Non so più neanche se è la stessa oppure se è solo l’ultima di milioni di foglie. Ecco che finalmente si adagia sul marciapiede. Io sono ancora lì, un passo fatto a metà, sulla mia strada verso casa.

Passa qualcuno con un sigaro in bocca. Sento l’odore del fumo così forte da star male. Grazie alla mia nuova consapevolezza, potrei anche analizzarne la composizione chimica. Il tempo rallenta ancora una volta, la scia di fumo si addensa, diventa nuvola, diventa odore di marcio, di cancrena, di morte. Mi guardo intorno: il nulla. Come descrivere altrimenti quello che mi circonda? Un terreno tanto arido quanto vivo, sembra un organismo che respira la poca aria pura e in ritorno produce gas acidi, ripugnanti, mortiferi. Non saprei neanche descriverne il colore, tonalità aliene di gialli e marroni. E’ vivo, sento il pulsare di vene sotterranee. Non oso immaginare cosa ci scorra dentro. Se alzo lo sguardo vedo edifici all’orizzonte, schermati da fosche nubi. Avanzo. Man mano che mi avvicino vedo architetture spaventose, geometrie che non possono far parte del nostro mondo. Eppure uomini -credo siano uomini, lo spero!— si affannano intorno a gigantesche carcasse in putrefazione, ne scavano le viscere alla ricerca di qualcosa. Sono vestiti con tute che coprono anche il volto, e combattono per conquistarsi il diritto di sventrare le carcasse. Qualcuno rimane ucciso e i cadaveri, supremo orrore, vengono inghiottiti dal terreno. Non come nelle sabbie mobili, non sprofondano nel fango. E’ come se… per tutti gli dei, è come se venissero assorbiti, come se venissero digeriti da questo suolo malefico. Quali trasformazioni abbiamo indotto nel corso dei millenni? Cosa è successo per far diventare il nostro pianeta questo posto orribile che ho davanti agli occhi? Quale guerra ha potuto trasformare gli uomini in bestie e la terra in un essere vivente? Può essere stato solo l’odore di fumo ad evocare queste scene apocalittiche? Mi turo il naso, chiudo gli occhi e in un istante sono di nuovo per strada, un altro lentissimo passo verso casa, una sottile linea di fumo che si leva nell’aria.

Sento un rumore ruvido, come di qualcosa che venga sfregata. Sono due lingue che si incontrano, due innamorati che si baciano poco lontano da me. Sono cosciente delle salive che si mischiano, dell’incontro delle labbra, delle mani che stringono i fianchi. Sento i battiti dei due cuori come enormi tamburi suonati da giganti, in un ritmo ora frenetico, ora lento e solenne, ora sincopato. I due corpi sono in estasi, ogni singola cellula lavora al massimo rendimento. Si sono giurati amore eterno e così sarà. Le loro anime sono entrate in risonanza e dai due amanti si sprigiona un’armonia di suoni che mai orecchio umano aveva udito, e l’armonia si fonde col ritmo delle percussioni e… quale maestosità, quale forza trascinante possiede questa musica! Ogni movimento più bello del precedente, ogni tema aggiunge complessità alla sinfonia e allo stesso tempo la tiene più unita. Si possono sentire anche melodie tristi, ma sono complementari a quelle gioiose e insieme rendono la musica meravigliosa, quasi divina. Non voglio scappare. Questa volta vorrei rimanere, per ascoltare ancora un po’, ma un ulteriore passo mi avvicina sempre di più a casa.

Giorni

12 Novembre 2008 - 3 Responses

E’ una stretta allo stomaco, i muscoli che si contraggono in spasmi involontari, l’intestino che si rivolta rabbioso e si annoda e si ritorce quasi a voler soffocare, in un istinto suicida, tutti gli altri organi. Succhi gastrici vengono prodotti in eccesso e lentamente erodono le mucose interne e, se fai attenzione, puoi sentire il sapore del sangue salire su dall’esofago fino in gola.

Il respiro è affannoso, il diaframma non risponde più ad alcuna regola, ad alcun ritmo. Una inspirazione violenta, poi tre espirazioni in rapida sequenza; qualche secondo senza riuscire ad respirare; inspirazioni rapide e dolorose, l’aria trattenuta fino a succhiarne l’ultima molecola di ossigeno, una espirazione liberatoria.

L’odio, quello puro, quello senza nessuna motivazione, accecante, verso tutto ciò che ti circonda. Persone, animali, oggetti, non fa differenza. Non avresti mai pensato di odiare così tanto una sedia. O un cassetto, un armadio, un computer, una penna, un cellulare, il tuo amico più caro, il cane che hai cresciuto fin da quando era un batuffolo di pelo. Ora hai paura di sferrare un calcio a quella povera bestia senza neanche accorgertene. La eviti. Qualunque cosa potrebbe finire nelle tue mani e poi scagliata lontano senza nessuna ragione apparente.

Hai paura. Paura di te stesso. Cosa stai diventando? Ti guardi intorno con aria circospetta. Stai cercando qualcuno? Hai paura che ti possano vedere in quello stato? Hai paura di reagire male, che i tuoi amici non ti riconoscano più? O forse stai solo cercando un bersaglio contro cui lanciarti senza provocare troppi danni? Ti gratti nervosamente la barba. Le tue dita, come il tuo stomaco, continuano a contrarsi, si chiudono in un pugno. Quel pugno che credi possa essere la tua valvola di sfogo. Poi tutto passerà. Sei sempre stato uno stupido.

Lavarti la faccia ogni dieci minuti non ti aiuta. Sei costretto a vedere il tuo volto riflesso nello specchio. Il pugno. Ora vorresti tirarlo dritto sul naso di quel verme che hai di fronte, vero? Forza, fallo. Magari il dolore e il sangue potranno farti tornare in te. Che stronzo che sei. Se poi devi chiamare l’ambulanza rischi che ti ricoverino nel reparto malattie mentali.

Questo non sei tu, eppure fa parte di te. E’ questo che non sopporti. La contraddizione. Povero idiota. La contraddizione ha fatto arrivare l’uomo dov’è adesso. Bel risultato, dirai. Senza contraddizione l’umanità si sarebbe estinta prima ancora di scoprire il fuoco, ti risponderò.

Sopporta in silenzio.

Non sarai né il primo né l’ultimo: è così che ci si sente, quando qualcuno ti manca davvero.

Dialogoi

11 Novembre 2008 - 4 Responses

[ Dal Menone ]

MENONE: Sai dirmi, Socrate, se la virtù può essere insegnata? O se non può essere insegnata ma se può essere prodotta con l’esercizio? Oppure se non può né essere prodotta con l’esercizio né essere insegnata, ma se invece, tocca agli uomini per natura o in qualche altro modo?

SOCRATE: O Menone, in passato i Tessali erano famosi tra i Greci ed erano ammirati per l’arte del cavalcare e per la loro ricchezza. Ed ora, invece, come mi sembra, lo sono anche per la sapienza, e principalmente i concittadini del tuo amico Aristippe, quelli di Larissa. E questo voi lo dovete a Gorgia: venuto infatti in quella città, egli si conquistò con la sua sapienza l’ammirazione dei primi Alevadi tra cui è il mio amico Aristippe, e degli altri Tessali. E, invero, ha prodotto in voi questa abitudine di rispondere, quando qualcuno vi fa qualche domanda, in modo intrepido e grandioso, come veramente si conviene a coloro che sanno; anch’egli appunto, si offriva a farsi interrogare a chiunque dei Greci lo desiderasse e su qualsiasi cosa volesse, e non c’era nessuno al quale egli non fornisse risposta. Invece qui, caro Menone, è successo il contrario: si è prodotto come un inaridimento della scienza, e c’è rischio che essa da questi luoghi se ne venga presso di voi. Se, infatti, tu volessi porre tale domanda ad alcuni di qui, non ci sarebbe nessuno che non riderebbe, e ti risponderebbe: “O straniero, ti sembro davvero uomo fortunato, se mi ritieni tale da sapere se…

SIFONTE: Κικιλέιος !

SOCRATE: Εγώ !

MENONE:

SOCRATE: Fottuto.

MENONE:

Gli intramontabili anni 40

10 Settembre 2008 - 11 Responses

Non avrei potuto dirlo meglio

9 Settembre 2008 - 5 Responses

Mi è stato chiesto di smetterla coi post del cazzo. Obbedisco alla clientela, però non so se così vi andrà meglio o peggio. Perché se non scrivo cazzate potrei scrivere cose serie. E sappiate che vi ho risparmiato un pippone bello pesante concepito nel cuore della notte.

Poi ho pensato che in certi momenti non servono tante parole. A volte non servono per niente.

And you say nothing at all,
Well I couldn’t have said it better myself.

[...]

When I step in the door and I stare at your face
There are so many things that I wish I could say
Well I struggle with words but they put up a fight
You can keep your mouth shut, because it doesn’t really matter tonight

Meat Loaf – I Couldn’t Said It Better Myself (testo)

E poiché ho deciso di stare zitto, lascio almeno parlare la musica.

And I would do anything for love, I’d run right into hell and back.

Meat Loaf – I’d Do Anything For Love (testo)

(che quando entra Patti Russo dopo i 4 minuti, mi vengono sempre i brividi: Will you hose me down with holy water, if i get too hot?)

Vita vissuta

2 Settembre 2008 - 3 Responses

Francesco Maggio nasce il 15 febbraio 1910 presso Berlino e vive una mesta giovinezza fino al 27 gennaio 1906 in Rwanda settentrionale. In data da stabilirsi commette l’esecrabile cimento di trasformarsi in un razzo missile per raggiungere Teheran, dove si converte allo shintoismo. Solo dopo la perdita dell’impianto petrolchimico a lui caro il 29 luglio 1951 decide di rivolgere tutta la propria esistenza all’arte di contrabbandare camper a pedali e di allevare cocaina, mentre si iscrive ad un corso di web design. Decisamente sfortunato negli affetti, conosce a 2 anni l’amore della sua vita, con la quale dara’ alla luce nella notte dei tempi uno splendido bambino demente. Non e’ prima del giurassico inferiore tuttavia, dopo una tormentata infanzia intrapresa a commerciare portasoldatini presso Montevideo nel Paraguay occidentale, che ha l’occasione di coltivare la passione per il mondo dell’occulto e dell’avventura, ma perdutosi nell’estate del 1962, a soli 9 anni, nelle steppe del Kurdistan orientale nei pressi di Oriago, non ha piu’ fatto ritorno alla sua Venezia ed il suo corpo non e’ mai stato ritrovato. Sulla lapide della sua cripta in Tibet occidentale fa capolino uno dei suoi celebri epiteti: faro’ dell’omosessualita’ il mio baluardo.

[Preso spunto da qui. Sentiti ringraziamenti a quel grande strumento di ilarità che è polygen.org.]

About blasphemy

1 Settembre 2008 - 7 Responses
dio rana!

Si, lo so, sono un coLione.